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Venerdì Santo

L'inno del Venerdì Santo

"VIENI O MORTE"

Ahi dolore! Ahi pene amare!
E' già morto il Padre mio
e perché non muoio anch'io
dove è morto il mio Signor.

E tu intanto, Croce augusta,
sfolgorante tron d'amore,
stempra in pianto questo cuore
onde pianga il mio Signor.

VIENI, O MORTE, SII PIETOSA,
VIENI, O MORTE, ASCIUGA IL PIANTO.
QUI MI FERMO AL LEGNO ACCANTO
DOV'E' MORTO IL MIO SIGNOR.

Croce augusta, al cor ti stringo
come stretta t'ha il mio Bene.
Ahi crudeli, ahi acerbe pene,
il mio Padre non è più.

Ora a Te mi volgo, Madre,
e dolente a' piè del legno
io ti prego farmi degno
le mie colpe a deplorar!

Ernesto Romano in "Vieni o morte"

La tromba aveva da pochi istanti lanciato al vento della sera il suo urlo struggente, mentre ancora i tamburi rullavano il loro lugubre messaggio di ombre e di morte.

E la processione del Venerdi' Santo si snodava lentamente fra due fitte di ali di popolo tutto preso dalla religiosa suggestione del momento. Poi attaccarono i clarini e i flauti e le loro dolci note facevano fremere gli astanti.

In alto, avanzava una statua rappresentante la Vergine Addolorata che andava in cerca di suo Figlio morto e racchiuso in una bara. Circondava la statua un gruppo di ragazze, anch'esse di nero vestite che si preparavano a cantare.

In mezzo a loro un uomo incedeva, capelli bianchi, piuttosto rotondetto, la catena d'oro dell'orologio fra i taschini del panciotto, aveva tutto di un patriarca antico che conduceva il suo popolo sulla via della resurrezione.

E invece.... Dopo l'attacco dei clarini entrarono in azione le trombe, poi i sassofoni, poi altri tamburi e quando le note arrivarono al diapason entrarono in campo le ragazza con l'inno che quell'uomo stesso aveva messo in musica e quella sera - come ogni anno - si apprestava a dirigere. Il testo era di un anonimo del '700, ma le note erano le sue.

"Ahi dolore, Ahi pene amare, è già morto il Padre mio, e perché non muoio anch'io com'è morto il mio Signor?"

Le parole risentivano tutte dell'ampollosità del '700, ma le note erano di una dolcezza talmente accattivante, di una malinconia talmente struggente che coinvolgeva tutti i fedeli.

Figurarsi se non coinvolgevano soprattutto lui, il maestro, l'autore, e quell'anno più degli altri. Fu tanto coinvolto quella sera che il viso ad un tratto gli diventò rosso di fiamma, cominciò a barcollare mentre una fitta dolorosa che stringeva il petto.

E pochi istanti dopo, quando il coro si aprì al ritornello "Vieni o Morte, sii pietosa", fra le grida delle ragazze, lo spavento dei musicanti, il parapiglia dei presenti, si accasciò al suolo, esanime. Il cuore non aveva retto all'emozione. E mori fra la sua gente, fra i suoi musicanti, fra le sue stesse note, ai piedi della Vergine Maria, invocando certamente un'altra Maria, sua figlia. Morì così il maestro ERNESTO ROMANO. Era la sera del Venerdì Santo del 1942.

Testo: c.f.r. Antonio De Micheli - tratto da Spigolature Casaranesi

Documento creato il 09/05/2011 (21:31)
Ultima modifica del 09/05/2011 (21:31)

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