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Acaya

Acaya, comune di Vernole

Sulle pagine di Japigia abbiamo già avuto modo di parlare di Acaya in occasione delle frazioni del comune di Vernole. Il piccolo centro -infatti- è un borgo di un migliaio di anime a poco più di 10 chilometri da Lecce e a circa 4 dal mare, a ridosso dell'oasi naturalistica delle Cesine.

Come per molte altre località salentine, il luogo è stato popolato sin dall'antichità e fu noto sino alla fine  Medio Evo con il nome di Segine.

La storia: alcuni dettagli in più

La sua storia più conosciuta -a quanto sembra- comincia con la conquista del Regno di Napoli da parte degli Angioini; Carlo II d'Angiò, infatti, dona il feudo di Segine a Gervasio dell'Acaya, persona di cui, in verità, si sa ancora molto poco.

Alcune fonti asseriscono che Gervasio è un guerriero francese giunto in Italia al seguito di Carlo I D'Angiò e distintosi per il suo valore durante la nona crociata; il suo vero nome sembrerebbe essere Gervaise de la Haye (o, anche, De Lay). Secondo altri sarebbe invece un profugo greco giunto in Italia verso il 1265; in effetti, esiste in Grecia una regione dal nome di Acaia che fu principato sino alla conquista ottomana della Grecia, avvenuta intorno alla seconda crociata (1145-1149); tra l'altro, tra i titoli che sia Carlo I che il figlio Carlo II si attribuivano c'era proprio il titolo di Principe di Acaia. Comunque sia, Gervaso, già barone di Galugnano e di San Cesario dal 1285, nel 1294 acquisisce anche il feudo di Segine e la sua famiglia lo conserverà sino alla morte del suo massimo esponente: l'architetto militare Gian Giacomo dell'Acaya.

Sul finire del 1400 le incursioni dei turchi si fecero sempre più frequenti e cruente. Segine era troppo vicina al mare per non essere attaccata. Proprio in questo periodo, il settimo barone di Acaya, Alfonso, diede inizio ai lavori di costruzione di due torri (le due torri tonde poste agli angoli sud-ovest e nord-est del castello). Sul finire del 1400 fu eretta la torre a sud ovest e nel 1506 fu completata quella a nord-est attualmente all'interno delle mura del borgo.

Erano, tuttavia, delle soluzioni temporanee, atte ad arginare le scorrerie dei turchi che forti della sorpresa e, spesso, della supremazia militare, giungevano in provincia per fare incetta di schiavi e di approvvigionamenti; per questo -in seguito- la posizione di Segine divenne strategica per la protezione di Lecce e la salvaguardia dello stesso territorio delle contee vicine.

La strategia delle fortificazioni divenne il punto di partenza della politica di difesa adottata da Carlo V, salito al trono nel 1520. Nel 1521 Alfonso dell'Acaya morì, lasciando in eredità il feudo al figlio ventunenne Giovanni Giacomo i feudi di Acaya e Capurso.

Gian Giacomo ben presto si rese conto che era necessario proteggere persone e cose dalle continue incursioni, contro cui ben poco potevano le torri fatte costruire dal padre; anzi, il diffondersi delle armi da fuoco imponeva di rivedere e ricostruire quanto era stato fatto sino a quel momento.

Da valente architetto quale era, riprogettò completamente il castello dando ad esso la forma giunta sino a noi; adeguò i fossati e ristrutturò il borgo. Segine fu così trasformata in chiave militare: Gian Giacomo attinse alle conoscenze degli antichi architetti militari romani, costruendo il borgo cittadino all'interno di alte mura, con pianta regolare, fatta di tre strade dritte da est ad ovest e e sei strade da nord a sud. Tre piazze erano disposte diagonalmente: la piazza d'armi, di fronte all'unico ingresso del castello, la piazza della parrocchiale della Madonna della Neve al centro del borgo e la piazza del convento dei Frati Minori Osservanti, da lui stesso fatto costruire. Le mura cittadine, come quelle del castello, furono ulteriormente protette da un ampio fossato profondo, in alcuni punti, più di quattro metri. Un unico accesso, posto nella parete meridionale delle mura garantiva l'accesso alla cittadina, mentre l'accesso al castello era consentito solo da un ponte cui si accedeva dalla piazza d'armi posta all'interno delle mura.

I bastioni furono riprogettati: non più semplici torri rotonde ma baluardi affilati protesi verso il nemico, nelle cui pareti si aprivano finestre e cannoniere da cui si potevano scagliare ordigni sugli incauti assalitori.

Scompaiono del tutto nei progetti di Gian Giacomo le caditoie, elementi architettonici di difesa non più necessari ma, soprattutto, inadeguati contro le nuove armi del Rinascimento.

Un grande successo

Gian Giacomo riprogetta completamente Segine, creando una vera citta ideale e, al termine dei lavori, impone il proprio nome al borgo: d'ora innanzi si chiamerà Acaya, come il suo ottavo barone e non più Segine. La città fortificata è un successo di strategia: la sua distanza dal mare la pone al sicuro dalle bombarde delle galere turche e la sua incredibile fortificazione è tale da scoraggiare anche il più ardito degli assalitori. Ma non solo: la sua distanza da Lecce gli da il ruolo di insostituibile baluardo difensivo.

Questi particolari non sfuggono al viceré del regno di Napoli don Pedro da Toledo che, su incarico dell'imperatore Carlo V nomina Gian Giacomo dell'Acaya architetto militare del regno. Gli vengono assegnati la ricostruzione del castello e delle mura di Lecce (1530 circa) ed il castello di Crotone (1541 circa). Insieme ad un altro grande architetto del suo tempo, Giovambattista Menga, contribuisce alla ricostruzione di tante altre fortezze del regno di Napoli, tra cui anche Gallipoli, dove la sala ennagona di uno dei torrioni del castello ricorda molto da vicino la grande sala di rappresentanza del suo castello di Segine.

Ultimo barone di Acaya

O meglio, Gian Giacomo fu l'ultimo barone di Segine della famiglia di Acaya. I suoi successi e la genialità delle sue costruzioni militari gli avevano procurato fortuna e fama. Trascorre i suoi anni con la famiglia e tra la migliore nobiltà leccese del tempo; si circonda di letterati ed artisti ed è amato dalla sua gente. Intorno alla metà degli anni 60 del 1500 presta garanzia per un esattore di tributi doganali che,  intorno al 1570, diventa inadempiente. L'inadempienza del suo garantito lo costringe a far fronte con il suo patrimonio alle richieste del regio fisco e, ormai vecchio, perde tutto, compresa la propria libertà. Finisce i suoi giorni nelle segrete del castello di Lecce che, ironia della sorte, aveva progettato e costruito quarant'anni prima!

Documento creato il 01/10/2009 (20:36)
Ultima modifica del 26/03/2011 (16:02)
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Japigia di Paola Beatrice Arcano, Casarano (Lecce)
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