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I messapi in Italia

I messapi in Italia

vaste: capanna messapica

Prima degli Japigi / Messapi, la Puglia era abitata da piccole tribù ferme all'età della pietra.

Esse vivevano in capanne sorrette da pali conficcati nel terreno, le cui tracce sono ancora visibili lungo molte coste del Salento, come, ad esempio, a Roca Vecchia e Torre Palane, vicino a Tricase.

Essi non rappresentarono certo un problema per gli evoluti Illiri. Con relativa facilità si insediarono lungo le coste o sulle alture nelle immediate vicinanze, creando i primi insediamenti delle tipiche capanne messapiche, costruite in muratura a secco, sormontata da un tetto in paglia e canne. Una capanna messapica è stata completamente ricostruita a Vaste ed è interessante a vedersi.

Queste tribù Illiriche si fusero con gli abitanti del luogo e cominciarono a dedicarsi, oltre ai commerci, anche all'agricoltura ed all'allevamento.

La civiltà Messapica

dipintiSappiamo per certo dalle cronache che si sono giunte, che erano degli ottimi viticoltori: il loro vino era ottimo, addirittura migliore di quello greco o romano, il vino romano, infatti, era talmente acre che poteva essere bevuto solo misto a miele. I Messapi, invece, erano riusciti a mettere a punto una tecnica che permetteva loro di ottenere del vino di ottimo sapore. Le donne usavano ottimamente il telaio: lo confermano i numerosissimi pesetti tronco-piramidali immancabili in qualsiasi corredo funebre ed ancora oggi facilmente ritrovabili. Immancabile cimelio è la tipica "trozzella messapica", vaso dall'ampio collo e dai lunghi manici non riscontrabile in nessuna altra popolazione e segno della qualità raggiunta dagli artigiani.

Erano anche abili allevatori, prevalentemente di ovini ma, anche, di ottimi cavalli, che sapevano abilmente cavalcare ed usare in battaglia.

A conferma di ciò è utile citare quanto scrive Virgilio nell'Eneide, immaginando lo sbarco di Enea a Castro:

Già rosseggiava l'Aurora ponendo in fuga le stelle
quando laggiù vediamo delle oscure colline
e bassa bassa a fior d'acqua l'Italia. Acate per primo
urla a gran voce: "Italia!"; "Italia!" gridano lieti
in segno di saluto i compagni festanti.

Allora il padre Anchise incoronò di fiori
una grande coppa piena di vino puro e invocò
gli Dei stando diritto sul castello di poppa:
"Dei potenti sul mare, la terra e le tempeste,
dateci un viaggio facile in favore di vento
e spirate propizi!" La brezza cresce, un porto
già vicino s'allarga e il tempio di Minerva
appare su un'altura. I naviganti girano
le prore verso il lido e ammainano le vele.

Il porto si curva in arco contro il mare d'oriente,
due promontori schiumano sotto l'urto delle onde
e il porto vi sta nascosto; gli scogli come torri
proiettano due braccia che sembrano muraglie;
il tempio è lassù in alto, ben lontano dal mare.

Ed ecco un primo augurio: nell'erba d'un prato
vidi quattro cavalli bianchi come la neve
intenti a pascolare. Allora il padre Anchise
disse: "O terra ospitale, tu ci porti la guerra:
è per la guerra che s'armano i cavalli. Sebbene
talvolta si lasciano aggiogare ai carri
e sopportino il freno; speriamo nella pace!"

E' bello scoprire che Virgilio ha visitato Castro e l'ha descritta per il suo poema in un periodo molto vicino alla nascita di Cristo. Il colle dove sorgeva il tempio di Minerva altro non è, oggi, il colle su cui sorge il castello, prospiciente alla rada dove, secondo la storia, la nave dell'eroe approdò. I cavalli altro non sono che i cavalli degli allevatori Messapi che, solitamente, erano utilizzati per la guerra.

Ed infatti, le armate di cavalleria messapiche erano le più temute dell'antichità; furono in grado di fermare le armate di Alessandro Magno durante la sua espansione verso occidente e di tenere a freno i Romani per quasi due secoli, sino al 267 a.C.

Tuttavia, i Messapi erano un popolo pacifico: non cercarono mai di soggiogare altri popoli e di espandersi. Semplicemente essi difesero la terra dove si erano insediati, dai Tarantini e dai Greci prima, dai romani successivamente. Le guerre con Taranto furono numerose e con alterne vicende. Si sa che subirono una sconfitta con terribili perdite intorno al 500 a.C.. Nel 473 a.C. il popolo messapico sconfisse definitivamente Taranto. Narra la leggenda che la pace fu firmata su una piccola isola dello Ionio, probabilmente lo scoglio di Pazzi, sulla costa Ugentina.

I Messapi erano divisi in "città – Stato" autonome, cui faceva capo un re comune. Questo giustificherebbe la presenza di nomi simili tra i regnanti delle diverse città. Arthas, ad esempio, sembra sia stato re di Ugento ma, anche, di Ceglie Messapica.

Il loro alfabeto

Sono parecchie le iscrizioni in lingua messapica, prevalentemente provenienti da monete ed iscrizioni di carattere funebre.

Analizzando le iscrizioni si vede l'uso di un alfabeto molto simile a quello greco usato dalla vicina città di Taranto, anche se usato per esprimere una lingua diversa e, tuttora, incomprensibile.

La lettura è da sinistra verso destra ma, spesso, le parole non sono separate.

Articolo curato da Franco Meraglia

Documento creato il 29/05/2004 (18:40)
Ultima modifica del 10/03/2011 (20:04)

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