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IL SALENTO ED I SUOI CANTASTORIE DI PIETRA

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CANTASTORIE DI PIETRA

IL SALENTO ED I SUOI CANTASTORIE DI PIETRA

A cura di Maria Rosaria Cristaldi (tratto da "The Best of Salento Life Style" edizione 2003).

Un forziere non ancora del tutto aperto, colmo di tesori naturali e storico artistici. Anche lo sguardo del visitatore più distratto non può sottrarsi al fascino di un mondo sospeso tra magia, sogno e realtà in cui ad incantare, oltre agli echi millenari di una storia che si mescola tra le nebbie della leggenda che la volle mitico approdo di Enea, sono le preziose testimonianze di civiltà che hanno lasciato un’indelebile impronta. Destino inevitabile per una terra di frontiera che ha visto scorrere il sangue di silenziosi martiri immolatisi nella strenua difesa dalle incursioni della rapace flotta saracena.

Ma tra incursioni e più o meno pacifiche dominazioni, il Salento ha saputo mantenere intatto, nei secoli, quel volto per certi versi primordiale e segnato da una forte identità culturale. Un’identità scarna, essenziale, e pur orgogliosa e tenace come i sassi dei "pagghiari", dei muretti a secco e di tutte le tracce di una civiltà contadina votata ad una sofferenza che si fa mimetica icona negli spasmi nodosi degli ulivi le cui radici affondano in una terra, talvolta, così rossa da apparire impastata col sangue di chi per secoli l’ha faticosamente lavorata.

Seguendo i percorsi della memoria, si avverte come proprio la pietra sia stata il metronomo di ogni aspetto della vita dell’antico Salento; sia nel rapporto dell’uomo con il divino che dell’uomo con se stesso.

Menhir, dolmen, specchie e più raramente menanthol (pietra forata) hanno scandito, forse, il corso degli astri, fortuna, riti propiziatori e funebri e le più pratiche esigenze della vita di un tempo. La coltre d’incertezza storica che ha avvolto il Salento delle origini si è poi dissolta con il vento messapico. I Messapi, popolo di agricoltori e pescatori, tra i primi ad abitare la penisola salentina, hanno impresso al paesaggio l’orma della loro industriosità attraverso recinti murari difensivi, realizzati con imponenti blocchi lapidei. La lunga parentesi greca e romana, poi, ha lasciato in eredità il culto della bellezza e l’amore per la natura che ha ispirato la costruzione di numerose torri colombarie e la pragmatica organizzazione del territorio.

Seguirono i saccheggi e le tremende devastazioni barbariche cui pose fine il dominio bizantino in grado di incidere profondamente sul costume, sulle leggi, sull’educazione religiosa e persino sul linguaggio popolare con l’adozione del "griko". Alla cultura bizantina, oltre alle splendide testimonianze custodite in alcune chiese graziosamente affrescate, si deve la presenza delle tipiche case a corte, microcosmi che s’aprono, d’improvviso, allo sguardo, infilando il dedalo di viuzze degli antichi nuclei urbani.

Poi vennero i signori Normanni, Svevi, Angioini e Aragonesi, abili guerrieri, con iloropalazzi e castelli, costruiti a difesa del contado e a sostegno del loro potere, roccheforti, torri di avvistamento dislocate lungo le coste e le alture adiacenti. Ma fu il "grand siécle" e la sua stagione barocca, che nel Salento produce effetti di grande e rara suggestione grazie all’impiego della pietra leccese, a consacrare questa terra alla storia dell’arte. Dunque la pietra sempre presente e amorevole come una madre pronta ad "accarezzare" persino quel sacro frutto da cui trarre il prezioso "oro liquido" che, dagli oscuri frantoi ipogei, raggiungeva i brulicanti porti del Mediterraneo.

Data pubblicazione / aggiornamento: 15/09/2006 (23:16)

 

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